Quella MIA maglietta fina…

Si è strappata proprio stasera. Lacerata e consumata dal tempo, ha scelto di farla finita proprio nel posto in cui credo abbia sempre sognato che sarebbe successo: sul campo, in area di rigore, cercando di segnare un ultimo decisivo gol.

Il rumore dello strappo, inconfondibile, la mano di un avversario che mi afferra al fianco poco prima che puntassi il portiere, aspettandone l’uscita, per poi servire il compagno meglio piazzato per il tap-in a porta vuota. In un secondo, dopo ventiquattro anni insieme, ho capito che la nostra storia si sarebbe conclusa in modo casuale, in questa ultima partita fra quarantenni che non si vogliono arrendere al tempo e ai primi acciacchi.

Non è stata certo l’unica: la prima divisa da calcio “vera” era arancione, a sedici anni, aveva il numero 9, e si accompagnava ad un paio di micropantaloncini che a distanza di decenni definirei tranquillamente hot-pants (curiosamente questa mise gay-friendly fu l’unica a vincere qualcosa a livello giovanile). La terza maglia della mia vita – dopo una seconda con un estemporaneo “4”, figlio di regole surreali che prevedevano esclusivamente una numerazione da 1 a 8 – , conquistò il primo 10 sulla schiena, ma era di una bruttezza inaudita. Ogni tanto la estraggo dalla bustona in soffitta dove le conservo tutte, solo per ricordare quanto fummo folli a sceglierla e ad acquistarla (di tasca nostra!).

Raccapricciante, in paese se ne parla ancora. 

Da quel giorno in poi, quasi tutte le mie maglie hanno avuto il numero 10; alcune, fra cui quella di cui vi sto parlando, con il cognome scritto sulla spalle in modo professionale, altre con un numero attaccato in modo creativo con dei pericolosissimi spilloni da balia che, se mai lo avesse notato un ispettore sanitario, sarebbe sceso in campo ad arrestare giocatori, organizzatori e persino buona parte del pubblico per omessa denuncia. Ne avrò avute circa quindici, nonostante la mia carriera calcistica (calcettistica, per essere precisi) non certo brillante a causa di una cronica discordanza di elementi necessari: quando c’era il fisico, non c’era la tecnica; quando è sbocciata la tecnica, il fisico non c’era più; quelle rare volte che tecnica e fisico si sforzavano di convivere, possibilmente non riuscivamo a trovare le 10 persone necessarie, non giocando per mesi. Il bello era che, in effetti, i risultati per noi non contavano quanto la gioia di mettersi in gioco, di sentire l’ebbrezza dell’erba sintetica, del cemento duro e perfino della nuda terra sotto le scarpe con i tacchetti, anch’essi talmente consumati che ormai andavano bene per tutto, pattinaggio compreso.

Questa maglia blu elettrico che oggi mi abbandona, però, è sicuramente quella a cui mi sono legato maggiormente nel tempo, quella che sentivo più mia e che ho portato con me ovunque abbia calciato un pallone: in Sicilia, in Abruzzo, in Piemonte, a Roma.

La conquistammo come un trofeo quando, a diciotto anni, io e i miei amici più cari riuscimmo a convincere uno sponsor vero, una munifica signora – un po’ ingenua nel darci fiducia – con un negozio di regali e liste nozze, a presentarci come squadra di calcio a 5 nel torneo del paese, che allora era sentito come e più di una Champions League. Il torneo, l’Evento con la E maiuscola dell’estate, durava un mese di gioco effettivo, con campagna acquisti e cessioni che iniziava subito dopo la finale dell’anno precedente e festeggiamenti per i vincitori che finivano al fischio di inizio del torneo dell’anno successivo.

Certo, la campagna acquisti non ci riguardava. Noi eravamo sempre gli stessi, troppo scarsi per essere contesi dalle squadre più forti, troppo uniti per mescolarci con altri del nostro livello. Quella maglietta blu era diventata una seconda pelle, ci identificava come gruppo, la portavamo con orgoglio e senso di appartenenza. Del resto, dopo anni di accattonaggio in cerca di fondi per l’iscrizione al torneo, a noi, piccoli adolescenti sciacalli, non sembrò vero poter puntare dritti verso questi “completini” UMBRO che non ci saremmo mai permessi di guardare altrimenti.

Quel primo anno finimmo terzultimi su circa dodici squadre, ma, onestamente, non importava a nessuno di noi. Ricorderemo di quel torneo molte altre cose: le partite di allenamento quotidiane… nonostante la maturità da fare a breve, un ritiro precampionato al mare – sei diciottenni in un appartamento, il ritiro meno professionale dell’intera storia del calcio – in cui abbiamo corso al tramonto una volta sola ma in compenso ne abbiamo combinate di tutti i colori, dall’intossicarci tutti allo svegliarci inspiegabilmente stanchi oltre mezzogiorno.

Oggi, guardando questa maglietta volta per l’ultima volta, vedo il sudore e la passione di centinaia di partite (immagino lo vedano anche i miei genitori prima e mia moglie poi ormai avvezzi a trattarla con guanti e molletta sul naso prima di trasferirla dalla cesta per la biancheria sporca al cestello della lavatrice), ricordo momenti in cui mi sentivo vicino a Dio per aver segnato un gol acrobatico che a volte neanche riuscivo a ripensare, talmente bello che istintivamente gli altri dicevano ironicamente “Va bene, andiamo, per oggi con questo abbiamo visto tutto“, e momenti in cui avrei voluto sprofondare nelle viscere dell’inferno, nel cerchio degli spreconi, per degli errori clamorosi sotto porta; sento ancora le urla verso i compagni che non mi passavano il pallone e le urla dei miei compagni a cui non passavo il pallone cercando di dribblare anche il portiere come faceva spesso il mio idolo del tempo, Robi Baggio.

Come non ricordare, infine, il sangue che ha raccolto da una ampia ferita che mi ha lasciato una bella cicatrice sulla fronte, a causa di una ringhiera metallica esageratamente vicina alla linea di fondo (l’indomani, nello stesso punto, apparvero miracolosamente  dei materassi di gomma come protezione). Quei sette punti di sutura in fronte diventarono presto un tormentone estivo: “hai preso più punti tu in colpo solo che la tua squadra in undici partite“, che alla fine, accettavo con il sorriso.

I segni del tempo (e della prima ed unica volta che ho provato a stirarla)

Fra le righe azzurre e blu di questa maglietta si nascondono la gioia incondizionata della giovinezza e la consapevolezza di un me adulto che, per i 90 minuti della partita, riesce ancora, meravigliosamente, a mettere da parte ogni preoccupazione e a lasciare che quel pallone e quella porta da violare, catalizzino ogni emozione residua.

E’ solo un addio ad un oggetto materiale che, statene certi, non smetterà di far parte di me.

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15/09/2017

 

 

 


Un breve omaggio per chi non ha vissuto la magia di Roberto Baggio, con il gol che ho sempre cercato (e tutt’ora continuo a cercare) suscitando le ire dei miei compagni di squadra


 

 

 

Commenti

  1. Andra

    Con pantaloncini rossi che il caso me li vede addosso proprio stasera.
    E già, sicuramente il miglior completino di sempre per qualità è bellezza ma soprattutto per quello che è stato per la nostra infanzia.
    Restano i ricordi dei tempi spensierati e quelli resteranno indelebili in noi.

    Andrea

    PS. Ormai a me rimane l’uso dei completi per casa il ginocchio mi ha abbandonato prima che si lacerassero in campo.

    1. Autore
      del Post
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      I miei pantaloncini rossi mi hanno mollato da circa cinque anni. Erano belli e pure comodi. Peccato non avere potuto prenderli in considerazione come abito da cerimonia.

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