Il Prof Emigrante – Il resto dell’anno – Parte III (dal Day 277 al Day 365)

Day 303

La grande sfida

18/06/2017

(scusate, è molto lungo)

Avrei voluto scomodare Dante, pescando a piene mani dalla struttura dell’Inferno così come immaginato dal Sommo Poeta, e magari sarei riuscito a rendere l’idea di come sia stato compiere l’impresa di cui vi ho parlato ieri, la salita in bici del colle di Superga.

Il Limbo sarebbe stato rappresentato dai chilometri di avvicinamento alla rampa, La Dora e il Po al posto di Acheronte e Lete, i vari cerchi costituiti dai diversi settori della salita, le malebolge riservate ai tratti con la più ripida pendenza, per concludersi con il passaggio dal Purgatorio (gli altarini della via crucis nelle immediate vicinanze della vetta) e il Paradiso agognato sarebbe stato rappresentato dallo splendore bianco-oro della facciata della basilica (che alcuni magari vedranno blu-nero).

Si, esatto, devo arrivare là.

Ma sono distrutto. Davvero. Non ce la faccio, ho sonno e persino il proprietario del garage ci ha messo del suo dopo cena ringraziandomi per il puntuale pagamento con un trittico letale composto da mirto, grappa e limoncello fatto in casa.

Quindi, procediamo easy. Come è andata?

L’inizio è stato traumatico, come vedrete dall’altimetria nei commenti, è stata sin da subito la parte più impegnativa. La mia mente andava spesso alla gioiosa partita a calcetto dell’altro ieri e si interrogava sul perché un uomo, animale razionale, debba sottoporsi a tutto questo senza essere costretto.

La risposta è semplice. L’orgoglio di voler mantenere la parola presa e la voglia di andare sempre oltre, di scoprire il proprio limite e cercare di superarlo, anche a costo di una innaturale sofferenza. Bòn, siamo maschi, quindi testardi, e la nostra perversa natura ci spinge in questa direzione.

(ok, non è come andare volontariamente dal dentista diminuendo progressivamente la dose di anestesia, ma spero di aver reso l’idea) (Notato l’ennesimo “Bòn“?)

Passate le prime rampe, comprensive di riversamento di bile nei confronti del trenino che mi saliva a fianco, pieno di turisti beatamente riposati, e soprattutto finita la litania di santi da invocare, nel secondo tratto, di livello intermedio, mi sono posto una semplice domanda: vale la pena morire per questo?

Angioletto e Diavoletto sulle spalle stavolta concordi hanno detto di no. Da qui la decisione di non ostinarmi a fare un’unica “tirata” fino alla vetta, ma lasciarmi alcune pause per rifiatare. Il tempo non sarà brillante (ho letto di alcuni cyborg che l’hanno finita in meno di 20 minuti), ma come dice il buon vecchio Doc Brown: “Ho pensato… chi se ne frega!

In fondo per “salire con il cuore e non con le gambe“, il cuore deve continuare a battere, no?

Quindi, il terzo tratto, rosso, probabilmente il più duro dell’intera salita, l’ho fatto a strappi. 100 metri, pausa, 50 metri, pausa e così via per un buon chilometro.

Per intenderci, vi spiego cos’è una salita al 18%: banalmente,se fate 100 metri in avanti, vi ritroverete 18 metri più in alto. Fin qui è facile ma non rende l’dea della fatica. Riduciamo le distanze: in un gradino di 20 cm, si sale di 3,6. “E che sarà mai?” direte pensando alle vostre scale con i gradini alti 10. Niente, vero… ma riparliamone dopo un km di scale, portando sulla forza delle sole gambe la vostra massa corporea e 6/7 kg di bicicletta e appoggiati su un microsellino talmente ergonomico da diventare presto un tutt’uno con le vostre parti nobili anteriori e posteriori.

Ala fine di questo tratto, ho scoperto cos’è la solidarietà fra ciclisti: gli iperprofessionisti (che mi hanno superato in salitaa meta strada e poi ho visto già di ritorno mentre io avevo percorso solo 500 metri dal precedente incontro) mi incoraggiavano ad ogni passaggio mentre auto e scooter, nonostante stessi inevitabilmente a fianco del muro lanciavano sguardi di insofferenza, ricambiati da un mio sistematico “stronzo” di risposta, da cui magicamente traevo forza.

Il tratto successivo sempre in salita, ma infinitamente più leggera, mi ha regalato una prima visione ravvicinata della meta, ma soprattutto, il panorama di Torino visto da abbastanza in alto, segno che probabilmente avevo superato la metà del percorso. Si è intravista la luce in fondo al tunnel: forse forse potevo farcela, anche senza cercare di aggrapparmi al trenino o ad un’automobile più lenta.

In più ho visto sbucare da un sentiero l’omino in giallo, un tizio con le mie stesse caratteristiche fisiche, lo stesso tipo di allenamento (sbagliato), la stessa incredulità nel renderci conto che stavamo facendo… ciò che stavamo facendo. Decidiamo alla fontanella successiva di procedere insieme.

Gli ultimi tratti impegnativi fino al bivio verso la basilica, erano pieni di tornanti, ma li ho affrontati in modo diverso. Ho dato un senso a ciò che stavo facendo, un senso molto più profondo e legato alla mia esperienza qui. In fondo, l’inizio difficile di ottobre e novembre, la tregua di dicembre, la difficoltà di ripartire a gennaio e i travagli familiari di inizio aprile… quella salita – sempre e comunque in salita – rispecchiava fedelmente il mio anno lavorativo. Mi aspettavo, a quel punto, un maggio ed un giugno leggermente migliori.

L’ultimo tratto, era costellato dagli altarini della Via Crucis. Non potevo crederci, avevo finalmente un riferimento: contando le stazioni, sarei riuscito ad intuire la distanza fino all’arrivo. Però avrei dovuto stare più attento al catechismo. Quante erano queste stazioni? 12? 14? 19? 34.578? L’omino in giallo non ne sapeva di più. Ad ogni passaggio urlavamo il numero, finché arrivati alla 15 esima, l’ultima curva ha lasciato esplodere davanti a noi la bellezza del granito delle colonne della basilica.

Puff… Pant… (niente didascalia dettagliata, avete già capito cos’è e in quale stato ci sono arrivato)

Siamo arrivati. Sono arrivato. Sono riuscito a mantenere la promessa.

Inizio a ridere; scioccamente, forse, ma rido spontaneamente di gusto mentre abbraccio l’omino barbuto in giallo appena conosciuto di cui non conosco il nome.

Una soddisfazione immensa, una salita che mai avrei creduto di riuscire ad affrontare… era alle mie spalle.

Come quest’anno scolastico da solo “in terra straniera“.

Mi sono “gettato” in una panchina, con Torino, immensa, 600 metri più in basso, avvolta dalla foschia della calura estiva.

Sono rimasto lì mezzora, prima di scendere. A prendere fiato senza pensare a nulla (al massimo a difendermi dai vari gruppi whatsapp in cui sostenevano che avessi caricato la bici in auto per poi farmi le foto all’arrivo), a guardare il panorama, i turisti, la vita che scorre infischiandosene di ciò che succede ad ognuno di noi.

E’ andata anche questa.

Il prof emigrante

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Note:

1) il post più lungo dell’intero diario

2) Prima di iniziare la salita, ho controllato più volte la gomma posteriore, temendo fosse forata. Ok, forse era “sperando” fosse forata

3) 1h 23m per salire fra atroci sofferenze, 7m per scendere divertendosi e basta. Una metafora della vita.

L’altimetria. Verde e blu sono bene, giallo è male, rosso è tormento e pdisperazione

4) Adesso che ho raggiunto l’obiettivo finale, posso appendere i pedali al chiodo per sempre! (Ok, facciamo soltanto per questa stagione)

5) Non vorrete mica che lo rifaccia?!?!?!?!

 

 

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