Il prof emigrante – Autocensura, Intimissimi, Referendum e Nipotame (dal Day 90 al day 99)

Day 97

Il terrorista… distratto

06/12/2016

L’immagine è di quelle forti. Immaginate il futuro martire che, dopo aver registrato il videomessaggio da tramandare, saluta la sua famiglia, va a pregare un’ultima volta, si reca nel luogo affollato dove avverrà il massacro, grida il suo “Allah u akbar“, preme il pulsante del detonatore e… si è dimenticato a casa la bomba.

Ieri non avevo intenzione di far saltare la scuola, ci mancherebbe, ma sono riuscito a fare morire di spavento un po’ di gente a casa.

Questo post serve a dare un grande insegnamento alle generazioni future, una morale che nessuno dovrà mai dimenticare.


Andiamo con ordine.

Sono arrivato in aeroporto a Torino intorno alle 15. La fame arretrata (niente arancino in intimità aeroportuale, stavolta), il sonno latente postreferendario e la conseguente notte tormentata (ho sognato la mobilità 2017 secondo il futuro governo 5 stelle: ti proponi per la mobilità, metti il curriculum online ed un sondaggio fra gli iscritti decide la tua destinazione), i residui emotivi dei saluti scaglionati del mattino, mi hanno fatto scendere dall’aereo con un mal di testa tale da gettarmi istintivamente nel letto appena arrivato nell’appartamento. Del resto, erano le 16.15, dovevo entrare alle 18.30, il tempo c’era.

Appena il tempo di un’ultimo contatto con casa, in cui comunico il leggero malessere e l’intenzione di riposarmi un po’, che prendo sonno alle 16.32.59. Alle 16.33.01 squilla il cellulare, vedo il nome di un collega, non capisco cosa voglia, rispondo e ascolto: “prof.emigrante, finisco alcune interrogazioni di recupero ed arrivo, scusa il ritardo, sei già in istituto?

<sequela di parole ed improperi in mente non adatti ad un blog educato come questo>

Come al mio solito, avevo rimosso questo appuntamento informale preso di fretta il venerdì pomeriggio per sistemare insieme alcuni verbali arretrati. Rispondo telegrafico con un “Ma certo, ti aspetto, non preoccuparti per il ritardo. Può succedere, cosa vuoi che sia?“.

Mentre il collega si scusa ancora, io mi costringo ad alzarmi dal letto, a prendere una pillola per placare quegli Umpa Lumpa provenienti direttamente dall’Ade che stavano cercando di perforarmi le tempie dall’interno con un martello pneumatico e sottofondo heavy metal, mi metto in macchina e corro verso scuola.

Arrivo in sala docenti pochi secondi prima di lui, 16.57; si scusa subito per il ritardo. Lo perdono, a chi non capita mai di far tardi? Lo conforto con una faccia di bronzo che sembra scolpita sulla campana che protegge il cuore di Hiroshi Shiba: “Figurati, a volte succede anche a me che sono una persona che vive per la precisione!“.

Silenzio il telefono, ci mettiamo a lavorare e, finito tutto, chiacchieratina e caffè. Torno al pc in aula docenti per preparare del materiale per gli studenti ed inizio a discutere animatamente con un altro collega riguardo gli esiti referendari.

Alle 18.15, quest’ultimo mi dice: “c’è un telefono che vibra, è il tuo?

Il telefono è caldo. Lei disperata al telefono. Perdo 10 anni di vita prima di capire cosa fosse successo, pensando subito ai bambini o ai nostri genitori o a chissà cosa. In realtà ne ha persi 10 Lei perché, desiderosa di svegliarmi in tempo per andare a scuola e totalmente ignara del fatto che fossi lì già da un’ora e mezza, ha cercato di contattarmi in tutti i modi: al cellulare (rimasto silenzioso nel giubbotto), al numero di casa che ovviamente suonava a vuoto, a scuola (dove una collaboratrice – anche lei provetta terrorista – ha avuto la prontezza di rispondere “Il prof.emigrante? Non lo conosco, ma da qui non ho visto passare nessun insegnante!“, senza neanche fare un passo per cercarmi – ca**o, ero in aula docenti, mica nello scantinato).

Ha passato un’ora di panico devastante: mi dispiace da morire. Io che ho sempre il cellulare in mano per duemila motivi – quasi tutti poco professionali -, l’unica volta che lo abbandono in una tasca, faccio succedere il finimondo.

Stava per chiamare l’amico torinese che sarebbe entrato in casa con l’aiuto dei vigili del fuoco, tutti ormai mentalmente pronti a trovare il mio cadavere sul letto

Nelle ultime settimane vivo di mea culpa.

Il prof emigrante u akbar.

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Note:

1) In nottata ho visto l’ultima puntata della prima stagione di Westworld. Merita davvero, ve lo consiglio di cuore.

2) Oggi sono prof casalingo, in tuta, dedito alle pulizie di casa in attesa dell’arrivo domani dei miei primi ospiti. Infatti ho già perso un’ora per tutt’altri futili motivi, blog compreso.

3) Morale di giornata: se siete lontani da casa, il binomio “non mi sento bene” e silenzio prolungato è quanto di più brutto possiate fare a chi vi vuol bene ed è lontano da voi. Non cadete mai nel mio stesso errore.

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