Il Prof Emigrante – La resa dei conti, il risveglio e le rane in bagno (dal Day 20 al Day 29)

Day 26
Risvegli

27/09/2016

Ho freddo. Inizio a tastare il letto con le mani per capire se durante la notte ho scalciato il plaid in preda a chissà quale incubo. Chiudo gli occhi ancora pesanti solo per un attimo: “Accidenti, farò tardi al lavoro!

Mi sollevo di scatto sulla schiena, sbattendo violentemente con il lettino superiore. Solo una botta, ma vengo nuovamente spinto giù dalla gravità, finendo per aggrapparmi scoordinato alla spalliera della sedia che uso come comodino aggiuntivo. L’equilibrio della sedia non è stabile e, dopo aver barcollato su due piedi per qualche secondo in una strana danza che è sembrata durare minuti, crolla sul pavimento, trascinando con essa il filo del caricabatterie del telefono, che naturalmente finisce per terra spegnendosi un istante dopo.

Lo raccolgo, facendo mente locale e ricordandomi che insegno al serale e non ho esigenze impellenti al mattino. Aspetto che si riaccenda il telefono, non ho una lampadina accanto al letto per vedere che ore sono. Accidenti alle finestre oscurate dalle persiane: devo andare in bagno per ritrovare l’orologio abbandonato lì la sera prima: sono ancora le 2.45. Mi rimetto giù, dopo aver aggiunto una ulteriore coperta: la mia notte serena finisce lì, cercando di riaccendere un telefonino che pare non volerne sapere.

Con gli occhi sgranati verso un non precisato punto del soffitto, il pensiero corre da solo all’anno precedente: l’anno di prova, i colleghi del potenziamento divenuti amici, la vita in famiglia, le attività il pomeriggio, il calcetto il venerdì sera e via dicendo, con la mente a vagare fra saltando da un contesto familiare ad uno più lavorativo, come accade sempre più spesso.

Penso così alla nascita della riforma della scuola, vissuta con la speranza che portasse finalmente una riforma delle classi di concorso con novità ed accorpamenti a me favorevoli (poi non verificatisi, n.d.p.e.), tramutatasi poi nell’improvviso ed insperabile miraggio dell’assunzione definitiva dopo (decine di) anni di precariato, incertezze e frustranti intere giornate di convocazioni andate a vuoto.

Ripenso ai giorni da partecipante attivo sul forum di Orizzonte Scuola, nel quale ho imparato sulla mia pelle giorno dopo giorno come ogni categoria di insegnanti – i MIEI colleghi, probabilmente anche io – sarebbero, anzi sono pronti a sbranarsi l’un l’altro pur di rosicchiare un privilegio ad altri della stessa categoria (ovviamente guidati dalla Signora Oscura di cui al Day 3, sempre più fiammeggiante sul suo trono grondante di sangue di colleghi) e miranti soprattutto al proprio tornaconto personale (quanti ne ho visti il “famoso” 5 Maggio in processione a protestare, che quest’anno hanno accolto felicemente il trasferimento che sognavano da anni?).

Ripenso sempre alla mia sincera disperazione quella sera d’estate di due anni fa, in cui il progetto Buona Scuola – e con essa il mio contratto – sembravano finiti con una dichiarazione pubblica di resa da parte di Renzi a Porta a Porta (ritrattata poi ben prima della stessa messa in onda), sera in cui mi distesi sul dondolo in terrazza senza voler vedere e sentire nessuno per ore.

Sento ancora il click del mouse, la pesantezza del mio dito indice su di esso nell’istante in cui inviai la domanda. Poi la mail al computer che mi assegnava la provincia in cui svolgere l’anno di prova, la MIA provincia, e la felicità di quel momento. Quindi l’altra mail, un anno dopo, che mi assegna definitivamente a 1500 km da casa.

Mi sveglio di nuovo di soprassalto. L’ho fatto di nuovo, come ogni notte passata qui, ho ricevuto la visita consueta di questi ricordi che mi bruciano la gioia del riposo. Vado a letto ogni sera il più tardi possibile anche per evitare la loro inappellabile sentenza.

La sveglia intona una musica primaverile, ma non capisco se fuori c’è freddo o caldo, non vedo la luce. Il plaid con il volpacchiotto è di nuovo a terra. Mi alzo, con maggiore attenzione di prima, e provo a guardare fuori attraverso le persiane chiuse.

Non vedo il mare di casa, non vedo neanche le Alpi. La mia visuale si ferma ad un cortile interno di un condominio. Apro un po’ e piego la testa per guardare in alto, per intuire almeno se c’è una bella giornata.

C’è, lo vedo nel riflesso sui palazzi. Prendo il cellulare, ma non riesco bene a vedere il display, meglio andare prima in bagno a sciacquarmi il viso. Lo specchio mi sbatte in faccia qualche capello bianco di troppo e un rimprovero per aver saltato un giorno in più dall’ultima barba. Non che mi guardi molto allo specchio, ultimamente: non mi va di incrociare lo sguardo con me stesso, di dover ammettere che qualcosa si è spento.

Il cellulare si rianima di colori. Una foto del Lago Bleu sotto il Cervino scattata questa estate e poi, scorrendo con il dito, un’immagine d’inverno al mare, all’Isola Bella di Taormina, con tutta la mia famiglia.

Trovo 127 messaggi già alle 7.15 del mattino. La gente non dorme più? Scarto i 126 che possono aspettare e vado direttamente al 127esimo, è Lei.

Mi augura il buongiorno e mi manda un bacio.

Si affaccia un timido sorriso sul mio volto.

Un’altra notte è passata, finalmente.

Il prof emigrante

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Note:
1) La presenza delle ranocchie in bagno (Day 25) si fa inquietante. Ieri il copriwater ha catturato una falena con la lingua

2) Ho sognato anche che, dopo aver prenotato i voli fino a Dicembre (Day 24), mi è arrivata la nomina per l’assegnazione provvisoria in deroga su sostegno. E che lo studente da seguire ero io stesso.

3) Forse qualche problema ce l’ho davvero (in riferimento al 2) )

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Ad ogni modo, è normale che ti vengano gli incubi se vivi in un appartamento in cui l’unico barlume di luce esterna è quel mini lucernario. E devi pure salire in piedi sul piano cottura per aprirlo.

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