Il Prof Emigrante – Prologo (dal “Day -6” al “Day -1”)

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Il prof emigrante

Bene o male, è andata così: l’11 Agosto sono tornato dalle vacanze, in tempo perchè sapevo che il 13 avrei ricevuto la destinazione definitiva per il triennio successivo. Dal 13 al 26 ho fatto fatica persino a respirare. Il 26/8 ho trovato la forza di iniziare a scrivere qualcosa in un gruppo di insegnanti e come se fossimo “trasfertisti anonimi”, abbiamo iniziato a raccontarci le nostre esperienze.

Da allora ne è nato un mio personale diario, partito 6 giorni prima della presa di servizio ed arrivato oggi al Day 56. Ho circa 250 “proffollowers” stabili che accompagno nel loro simile destino e che, a loro volta, mi fanno compagnia, soprattutto in questi giorni in cui sono lontano (ma lontano lontano) da casa.

Il Prof Emigrante
28/10/2016


Day -6
Prologo

26/8/2016

Sono passati ormai 13 giorni da quella mattina del 13 Agosto in cui, con gli occhi ancora gonfi di sonno, ho trovato sul cellulare la notifica della mail con l’esito della mobilità. Ancora oggi, ogni volta che chiudo gli occhi e penso a quel momento (che di fatto coincide con ogni volta che chiudo gli occhi… e basta), sento nuovamente il sangue che si gela, mia moglie che mi stringe forte a letto, l’incomprensibile tuono che ha squarciato il silenzio in una soleggiata mattina d’estate.

Nei due anni precedenti ho vissuto con quella orribile sensazione di minaccia incombente che mi permetteva di navigare esclusivamente a vista, di non riuscire a pianificare nulla oltre quell’insormontabile orizzonte temporale di mezza estate in cui avrei saputo definitivamente la mia destinazione, un dubbio che per tanti motivi di carattere ministeriale era riconducibile al solo binomio “a casa mia” o “chissà dove“.

Già, la “buona scuola” aveva offerto a tutti noi insegnati precari (parola che ho sempre odiato), la tanto agognata regolarizzazione a tempo indeterminato. Avevo fatto domanda di assunzione e poi effettuato mille calcoli nei mesi successivi, forte di centinaia di punti nelle Gae, di quindici anni di esperienza scolastica, di un anno di prova svolto con esito positivo (e un Dirigente scolastico che – parole sue – avrebbe fatto “carte false” per tenermi con sé nel team di potenziamento) e di un accurato database nazionale costruito con pazienza e accuratezza certosina.

Sapevo di essere border-line per la permanenza in provincia, perché la mia è una classe di concorso congestionata e difficile, spesso in esubero e con immissioni in ruolo con il contagocce: l’opzione di aspettare in Gae non era minimamente percorribile, era un treno che non potevo perdere.

Senza la riforma Gelmini sarei stato già in ruolo da 10 anni, senza questa riforma sarei stato ufficialmente assunto fra altrettanti e forse di più. Si può ragionare quanto si vuole sulle intenzioni e i massimi sistemi, sulla bontà del provvedimento nel suo complesso, ma nella vita, spesso, contano i numeri: la stabilità nel reddito, la possibilità di fare un finanziamento… . E i numeri, a me così cari, mi offrivano una sola plausibile scelta.

Quella mail era l’elemento di separazione fra l’estrema felicità e l’ingresso nell’abisso. Così, quella mattina, pochi istanti dopo la sveglia, di fronte al computer che sembrava averci messo una vita ad accendersi, vidi cadere (franare, piombare, precipitare… ) inesorabilmente e rovinosamente la spada di Damocle fin allora sospesa sulla mia vita e su quelle della mia famiglia.

Torino

Assegnato ad un ambito distante oltre 1000 km da casa, sentii tornare le lacrime sul mio viso per la prima volta da quella maledetta finale dei mondiali del 1994 (“Perchè, RobiBaggio, perchè hai colpito così duramente la mia giovinezza?“). Lacrime che mia moglie da quel giorno evidentemente non ha ancora esaurito, nonostante stia cercando – inutilmente – di non farsi vedere da me e dai bambini.

Memore delle polemiche dei giorni precedenti con i colleghi della primaria e delle scuole medie, ho speso un paio d’ore a studiare le assegnazioni della mia CdC (Classe di Concorso) in tutta Italia, ma quel tanto bistrattato algoritmo con me ha funzionato perfettamente: sono esattamente nella provincia in cui dovrei essere secondo la mia graduatoria di preferenze e secondo i punteggi dei colleghi.

Certo, la provincia scelta era la quarantunesima della mia graduatoria personale. Quarantunesima, la prima del Nord Italia… Mamma mia, meglio non pensarci. E soprattutto meglio non pensare che Ryanair possa avere in futuro ripensamenti sulle rotte nazionali.

Ma c’è anche di peggio: punteggi alla mano, sono il secondo degli esclusi. Il primo è finito a Reggio Calabria, dietro l’angolo, piangerà con un occhio solo. Io, da secondo, a Torino. 1.450 km di distanza da casa.

Che fare, quindi? Lottare contro il destino o imprecare nei confronti del fato avverso (nella fattispecie di quei tre prof che sono rientrati in provincia dal nulla, mai sentiti prima, senza che io o nessun altro potesse prevederlo, sbalzandomi letteralmente fuori dal mio mondo) ricorrendo contro i mulini a vento? In fondo, sapevo che poteva succedere, anche se lo ritenevo poco probabile, ed, ahimè, è successo.

Ho scelto la prima via, sono un insegnante e farò il mio lavoro. Non sono il primo né sarò l’ultimo. Il mio futuro a lungo termine non è ancora scritto e ce la farò anche io, come tanti prima di me. Non vedo perché non debba andare così.

(Si vede che nelle ultime tre righe ho parlato a me stesso anziché, a voi, vero?)


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