Redeyes – Capitolo 2

Sveglia!!

Credevo fosse ancora notte fonda, quando questo richiamo tuonò nella mia scatola cranica come il suono di una campana di bronzo centenaria, svegliandomi dal torpore del riposo.

Mi voltai istintivamente alla mia destra per manifestare il disappunto alla signora corpulenta che da un paio di giorni aveva preso lo scomodo ruolo – per me – di vicina di letto e che era solita chiamarmi in qualunque momento, spesso per chiedermi opinioni su inspiegabili banalità, incurante delle mie necessità di riposo e del sacrosanto diritto a non essere disturbato.

Ero ricoverato in quell’ospedale dal giorno dell’incidente, cinque mesi prima, e dal mio letto accanto al muro, in una stanza da sei posti totali dipinta di un improbabile color rosa, avevo visto passare più o meno di tutto: dalla partoriente al malato terminale, dal ragazzino che faceva domande impertinenti al tossico che mi rovistava di notte nei cassetti in cerca di chissà cosa. Pochi, però, avevano raggiunto un livello di fastidio simile a quest’ultima signora, Dolores, che già durante il primo giorno di vicinanza mi aveva raccontato tutta la sua vita, nonostante la mia volontà di ascoltarla fosse pressoché nulla e non avessi fatto nulla per nasconderlo.

Decisi di passare ai fatti; così, dopo aver afferrato una delle pantofole che avevo di fianco al mio giaciglio, mi preparai a lanciarla verso di lei, quando, fortunatamente, mi resi conto che la voce in realtà proveniva dalla direzione opposta.

“Via, signor Jordan, è arrivato il momento di andare.”

La ritrovata lucidità mi permise di comprendere che la vecchia Dolores non aveva responsabilità dirette sul mio risveglio, e pur non lasciando ancora la pantofola, mi voltai, con qualche difficoltà, dal lato opposto, dove vidi Maria, un’infermiera sulla quale avevo già posato gli occhi da tempo. Efficiente ed estremamente professionale, si faceva notare anche per la rara bellezza in un corpo minuto e per degli straordinari occhi blu cobalto, decisamente poco comuni nella zona.

 “Avanti, si alzi! La sua dimissione è stata confermata. Da oggi questo letto non le appartiene più!”

Gli ultimi tre mesi erano passati nel segno di un graduale miglioramento. Pian piano, le ferite si erano rimarginate e i dolori alle ossa attenuati; ciononostante, vedevo ancora anche una singola passeggiata nel giardino dell’ospedale come un’impresa titanica e logorante.

I miei contatti umani per tutto il periodo della degenza erano ridotti al minimo: non avendo mai conosciuto i miei genitori e in assenza di parenti diretti che potessero venire a trovarmi dagli Stati Uniti, ricevetti solamente le visite di un paio di dipendenti del bar, che durante il periodo iniziale del mio ricovero se ne presero cura, in particolare Pedro Palmas e la sua famiglia, e di qualche cliente affezionato, spinti maggiormente dalla macabra curiosità di sapere cosa mi fosse successo che dal reale interesse nei miei confronti.

Sin dai primi giorni di veglia, cercai di contattare Stella in tutti i modi; gli stessi infermieri mi dissero che il suo è stato il primo nome da fatto al risveglio dell’anestesia e, ma su questo non ne sono sicuri, l’ultimo che feci prima che l’anestesia facesse effetto. Purtroppo non ebbi successo: il numero di telefono risultava disattivato e le domande che rivolsi ai poliziotti che effettuarono l’indagine ufficiale – per pochissimo tempo e senza troppo interesse – sul mio incidente non ottennero che veloci risposte, per lo più vaghe, che non andavano mai oltre un “tutto bene, se ne occupa la sua famiglia”, frutto evidente di una volontà esterna di tenerla lontana da me. Mandai lo stesso Pedro a prendere un contatto diretto, visto che precedentemente aveva lavorato per il padre di Stella, ma ottenne pochissime informazioni: Stella era stata mandata in Messico da una zia, dove avrebbe potuto dimenticare in fretta la brutta esperienza e, glielo specificarono, soprattutto me.

Ogni ulteriore tentativo successivo di contattarla fu vano e, così, se il senso di colpa nei suoi confronti non trovava attenuazione, almeno con il passare del tempo si aprirono spazi per altri pensieri come, per l’appunto, un interesse particolare per l’infermiera Maria.

Infatti, dopo aver raccattato tutte le mie cose e chiamato un taxi per tornare al mio appartamento, la trovai vicino la porta d’ingresso dell’ospedale – probabilmente il suo turno era appena finito – in un bell’abito a piccoli rombi argentati che ne esaltava la generosità delle forme nonostante la bassa statura. La mia vita stava per ricominciare e, prima di sbrigare le formalità burocratiche della dimissione, ebbi il tempo di scambiare due chiacchiere con lei che si conclusero con un augurio un po’ goffo: “Spero di rivederla al più presto” al quale Maria rispose con il sorriso, ma in modo estremamente deciso: “Spero il meno possibile!”.

Incassare un rifiuto non è mai facile, men che meno quando questo appare così perentorio ed eclatante. Lì per lì rimasi impietrito, chiedendomi dove fosse finito lo charme che in passato aveva funzionato tanto egregiamente e che avevo seppur non troppo esplicitamente esercitato nei suoi confronti nell’ultimo periodo di degenza.

L’imbarazzo perdurò finché non notai un suo accenno di sorriso. “Scusi, cosa c’è da ridere?”  chiesi. “Signor Jordan, non ha capito… spero di vederla il meno possibile qui in ospedale” e il sorriso si trasformò in risatina “ e poi lei si è distinto per la buona condotta.”

Sapevo benissimo a cosa si riferisse, in quanto le forme generose di Maria erano uno dei pochi argomenti di discussione validi fra i pazienti maschi dell’ospedale. Molti, anche in sua presenza, non facevano particolari sforzi per nascondere la loro approvazione, qualcuno era persino arrivato a palpeggiarla scatenando la sua sdegnata reazione, di sicuro tutti si giravano a guardarla camminare come degli inebetiti dopo ogni suo passaggio.

Grazie”, le dissi, compiacendomi di aver scavalcato con le buone maniere la concorrenza di decine di buzzurri, così mi feci coraggio e le chiesi “Sarebbe forse possibile premiare questa mia condotta con un appuntamento?”. Lei rispose simulando un dubbio che evidentemente non aveva, “Uhm… Perché no?

Mi lasciò il numero di telefono e si allontanò. Mi resi conto che anche l’addetto alla segreteria dell’ospedale, che ha osservato tutta la scena, raramente sollevò lo sguardo oltre il metro da terra. Mi toccò un’occhiataccia ed una perdurante scortesia durante le formalità ospedaliere della dimissione.

Quindi, salii sul taxi e mi feci portare verso il mio vecchio bar, dove Pedro e suo figlio, che ne avevano nel frattempo rilevato la gestione, custodivano le mie cose e mi garantivano ospitalità per qualche tempo.

Lasciando l’ospedale, fui subito consapevole che si stava chiudendo un breve periodo della mia vita. L’incidente prima, gli interventi e la riabilitazione poi, il dolore forte e continuo, i turbolenti compagni di stanza, Maria e il resto del personale, le notti insonni, le facce tese dei dottori… in fondo, tutto questo mi sarebbe mancato.

Allo stesso tempo, mentre alla mia destra scorreva la costa meridionale di Porto Rico, in una piccola insenatura rivolta ad ovest, rividi la bellezza dei riflessi del sole al tramonto sulle limpide acque in cui si distinguevano le sagome delle grandi navi da crociera dirette a San Juan per la notte. E mi resi conto soprattutto che iniziai a sudare, chiedendomi se avessi potuto trovare Manuel Gutierrez o qualcuno della sua banda da qualche parte ad attendermi e pretendere che saldassi ancora il mio vecchio debito.

Fortunatamente, raggiunsi Playa di Santa Isabel senza intoppi e, davanti l’ingresso del bar trovai Pedro, raggiante, che aveva organizzato un piccolo comitato di benvenuto con circa venti clienti storici. Mi accolsero con un grande applauso, al quale non potei negare qualche lacrima di commozione.

Pedro Palmas, come sempre, era stato impeccabile, ma adesso che il bar era a tutti gli effetti di sua proprietà, mostrava ancora più dedizione: il locale era stato profondamente rinnovato – la presenza attiva di sua moglie Nina si sentiva -, e si respirava una bella atmosfera, soprattutto nei momenti in cui i turisti americani e i residenti interagivano fra di loro.

Ricordo che assunsi Pedro già all’apertura, con le mansioni di addetto alle pulizie e saltuariamente aiutante in cucina. Era più grande di me di qualche anno, aveva appena sposato Nina, e avevano già una figlia di 5 anni, Juanita, inesauribile fonte di chiacchiere per i clienti e piccolo vulcano di coccole per lo “zio” Ted; Pedro pian piano si dimostrò estremamente affidabile, gli diedi sempre maggiori responsabilità finché non si ritrovò a dividere il bancone con me e gestire il contatto con i clienti che apprezzarono la presenza di un volto locale.

E’ sempre stato particolarmente bello: più alto di me, capelli lunghi neri e parlantina sciolta soprattutto con le turiste straniere che ne apprezzavano i tratti somatici fortemente caraibici; ciò gli ha procurato ben più di qualche scenata di gelosia, ma, che io sappia, è sempre stato fedele e dedito alla famiglia.

Quella sera filò tutto dritto. Musica dal vivo, un giro di cocktail gratis per tutti per festeggiare, balli e luci a festa. Una serata splendida in mio onore che, nonostante avevo un continuo bisogno di sedermi e riposarmi, apprezzai tantissimo.

Quando i clienti andarono via, Pedro mi accompagnò su nella mia vecchia stanza, abbracciandomi più forte del solito. Lo vidi improvvisamente diventare nervoso, ma, dopo una serata di festa e qualche bicchiere di troppo, non diedi troppo peso alla cosa.

Una volta aperta la porta, mi si gelò il sangue non appena compresi che la sorpresa che temevo si era effettivamente materializzata. Pedro si rabbuiò in volto e si scansò, dicendomi, con le lacrime agli occhi: “Dovevo farlo per Juanita… mi dispiace”, poi scomparve alle mie spalle.

Trovai Manuel sdraiato sul mio vecchio letto, con i vestiti sudici e le scarpe infangate appositamente sul cuscino in segno di sfregio, stava fumando un pregiato sigaro Bolìvar con la pistola bene in vista sul comodino. Due uomini, uno molto alto e corpulento, l’altro bassino e più in avanti con gli anni, erano seduti dalla parte opposta della stanza e mi salutarono con un cenno del capo; il più anziano dei due lo riconobbi come quello che tirò via Stella dalla macchina cinque mesi prima.

Senza togliere il sigaro dalla bocca mi disse di sedermi. Si sedette a sua volta sul letto in cui lo trovai e cominciò a parlare, alternando le parole a colpi di tosse secca che gli conferivano un ulteriore sinistro effetto sibilante: “Caro Ted, amico mio, bentornato a casa”. Il tono era conciliante, ma non mi illusi che il contenuto della conversazione potesse essere altrettanto favorevole.

Il tuo amico Pedro ha davvero una bella famiglia, la piccola poi è davvero carina”, disse indicando una foto dei tre posizionata sopra un vecchio cassettone. “Non voleva che ti parlassi, ma alla fine sono riuscito a convincerlo che era una buona idea”. Compresi subito la minaccia in quelle parole e istintivamente giustificai Pedro. Cosa mai avrebbero potuto fare quegli individui alla piccola Juanita? Nessun padre avrebbe sacrificato la propria figlia e del resto sapevo benissimo di quali azioni erano capaci questi individui.

Si alzò e si mise a passeggiare per la stanza: “Ti voglio dare una bella notizia: il tuo debito è stato pagato.” Mentre iniziavo a chiedermi cosa volesse dire con quelle parole, non mi lasciò ulteriore tempo per rimuginarci su e si spiegò meglio: “Il signor Munoz ha pagato per te.

Non ci misi molto a comprendere: Munoz era il padre di Stella e, soprattutto, era un uomo molto potente. Aveva interessi nelle attività più redditizie di Ponce e legami evidenti con la malavita locale coperti da un ampio giro di corruzione in tutti gli ambiti della società civile. Mi parve strano che un pesce relativamente piccolo come Manuel possa aver ottenuto tanto credito da un uomo che, a conti fatti, disponeva di un piccolo esercito privato.

Manuel si arrestò di fronte a me e, dopo qualche secondo di silenzio, si chinò come a volermi sussurrare qualcosa all’orecchio. Lo fece, esaltando il sibilo della tosse fra le parole: “Ovviamente c’è qualche condizione” e, fra le risatine dei suoi amici, iniziò ad elencare: “non devi mai più cercare la signorina Stella e devi sparire per sempre dall’isola. Siamo intesi?

Restai con lo sguardo impietrito per qualche istante, paralizzato dalla paura, anche se rispetto a quello che temevo sembrava mi stesse andando fin troppo bene. Il più alto degli scagnozzi di Manuel mi strinse strategicamente una mano sulla spalla, causandomi un dolore profondo nell’articolazione, cui reagii gemendo un “Si”.

La mano sulla mia spalla allentò la presa e mi sentii nuovamente esplodere di dolore. Un secondo dopo, sull’altra spalla si poggiò più dolcemente la mano di Pedro, che protestò vibratamente: “Il signor Munoz ha detto chiaramente che non gli avreste fatto del male!”.

Stai zitto tu!” disse Manuel mostrando nuovamente la faccia cattiva, “Non ho ricevuto nessuna istruzione su di te!”. Lo atterrò con un violento pugno nel costato che gli fece perdere il respiro, facendolo crollare a terra, e alle mie spalle si sollevò un grido di donna; probabilmente da lontano anche Nina stava assistendo alla scena.

Infine, Manuel rivolse il suo sguardo verso di me un’ultima volta. Non riuscì a ricreare il sorriso artificioso che gli era stato imposto, pertanto chiuse con lo stesso tono appena usato con il povero Pedro: “Stronzo, ascoltami bene. Hai quattro giorni di tempo per togliere le tende. Fai un solo passo falso e non ci saranno promesse a salvarti il culo!”

Un attimo dopo mi arrivò, inatteso, un colpo alla nuca che mi fece perdere i sensi. Nina mi spiegò successivamente che fu il più piccolo degli aiutanti di Manuel a mandarmi nuovamente al tappeto, colpendomi con il calcio della sua pistola.

Mi risvegliai l’indomani mattina, nel mio letto – ripulito -, con un gran mal di testa e il sonno disturbato da una voce insistente e continua che sembrava chiamarmi: “John… alzati, imbecille!”.

Non era la prima volta che sentivo queste parole. Era già successo in ospedale, una o due volte al mese, come in un sogno ricorrente: questa voce nel silenzio, nonostante il nome differente, sembrava rivolgersi direttamente a me, ogni volta pochi istanti prima del risveglio. Così accadde anche quella mattina: dopo aver ricevuto l’ennesimo “imbecille”, aprii gli occhi trovandomi di fronte lo sguardo incuriosito della piccola Juanita.

Prima di alzarmi e di cercare Pedro per discutere dei fatti della sera prima, riconobbi in me una sola unica grande consapevolezza: mi ero già messo fin troppo nei guai.

Era tempo di cambiare aria, cambiare vita e, soprattutto, di tornare a casa.

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