Il prof emigrante – Day 100 (ultimo) – Il temuto bilancio

Day 100

Il (temuto) bilancio

(Airplane Live n.1)

09/12/2016

Ciao, proffollowers.

Grazie per avermi seguito fino a qui. 
100 giorni di blog, 100 giorni della mia vita, 100 e più momenti di emozione che ho condiviso con voi.

La cifra tonda porta a redigere bilanci, farlo senza far ricorso alla finanza creativa è un po’ più complicato. Accettando quella proposta di assunzione definitiva ho scommesso sul mio futuro e su quello della mia famiglia: non è andata bene come avevo calcolato e ci siamo ritrovati di fronte ad una sfida impegnativa e logorante. Ma sono ancora qui, sono passati 100 giorni (+7 dall’inizio del blog, più 17 dall’inizio di tutto) ed è il momento di tirare un po’ le somme. Lo faccio per categorie:



Le partenze

l’inizio di questa avventura a volte sembra lontano nel tempo, a volte torna come se fosse ieri. Quelle lacrime e quella delusione hanno lasciato spazio allo sconforto, poi all’accettazione e, infine, alla voglia di superare anche questa. Ma in ogni partenza settimanale si rivivono – in piccolo ma sempre dolorose – le stesse sensazioni della prima volta.


La distanza

ogni tanto mi fermo a pensare che mi ritrovo abitualmente a 1.500 km da casa, che il lunedì mattina mi sveglio e vado a lavorare dall’altra parte d’Italia. Che quando esco da scuola il venerdì pomeriggio, dormirò in Sicilia a casa quattro ore dopo.


Il lavoro

l’ho detto mille volte. Sono felice che il mio lavoro mi piaccia, e pure tanto, altrimenti non avrei avuto la forza di reggere tutto questo. Il mito zaloniano del posto fisso resterebbe tale, con me, se non ci fosse un minimo di soddisfazione in quello che si fa.


La scuola

anche in questo caso, nulla da dire. Buon rapporto con i colleghi, buon rapporto con gli studenti (anche se aver introdotto la tradizione del “dolce in quinta” del mercoledì sera, ormai giunta alla quarta edizione mi fa sentire in colpa) (ma non mi faccio corrompere, sia chiaro), civile rapporto con le istituzioni scolastiche. Fosse per me, trasferirei il tutto sotto casa e sarei un uomo felice.


La gente

sfatiamo un altro mito: la gente del Nord non è ostile. Sarà un po’ burbera e diffidente all’inizio ma, una volta entrati nella cerchia della conoscenza, si comportano in maniera cordiale. Naturalmente il 95% di questa gente del Nord,in effetti, proviene dal sud, ma possiamo trascurare questo dettaglio per avvalorare la nostra tesi (il fine giustifica i mezzi).


La città

inutile girarci attorno. Torino è bella, elegante, vivibile, funzionale, attiva, verde, culturalmente ricca, strategicamente posizionata, incantevole nelle sua corona di Alpi. Ma non c’è il mare da guardare sorseggiando una bevanda al chiosco, non c’è una montagna alta, isolata ed infuocata con cui ti identifichi e che vivi come un riferimento costante, non c’è la gente che urla nei mercati per strada, non c’è la folla davanti al bar del quartiere la domenica mattina, non c’è il sole caldo che asciuga i vestiti anche d’inverno. 


Le abitudini

 in questi tre mesi sono diventato un casalingo provetto. Ho imparato ex novo a stirare e lavare il bagno e i pavimenti, mi sono dedicato da solo alla spesa e alle faccende di casa, ho provato l’ebbrezza di cucinare ogni giorno (e di rovinare le pietanze quando ho provato ad osare di più), così come ho trovato un kebabbaro di fiducia che mi accoglie nei momenti di sconforto alimentare. 


La casa

per usare le parole fresche fresche di mia sorella “se avessi saputo che ti eri sistemato così bene non sarei stata così in pensiero per te”. È vero, la mia residenza torinese, per quanto piccolina, è un gioiellino, sia come casa in sé che come quartiere. Questo però non impedisce alla gente di salutarmi e poi chiedermi quanto pago di affitto prima ancora di chiedermi come sto. Con il tempo sto anche dimenticando le vampiresse dell’agenzia immobiliare e le sofferenze patite nella ricerca (case prive di luce esterna, prostitute che esercitavano sotto il balcone, ospitalità mendicante e locali privi di corrente elettrica).


I bambini

le mie piccole fonti di energia stanno sopportando in modo emotivamente discontinuo questa mia nuova situazione. Da padre sempre presente nella loro vita, sono diventato una figura saltuaria, compagno di giochi del fine settimana, personaggio che talvolta si palesa via Skype (sempre meno, una volta andato a regime con la scuola). Soffrono loro ad avermi lontano per 4 o 5 giorni la settimana, soffro io a non essere presente come prima. Cresceranno, si, Lei mi racconta sempre tutto, ma quanto mi sto perdendo?


Genitori e Suoceri

le colonne portanti su cui si fonda la possibilità di condurre comunque questa vita a distanza. Una ricchezza infinita che non ringraziamo mai abbastanza per tutto quello che fanno per noi: dai bambini durante il giorno, ai viaggi in aeroporto ogni settimana, ai mille disagi che per noi affrontano giorno dopo giorno sempre con il sorriso e senza mai lamentarsi. Un giorno spero di essere come loro per i miei figli.


Lei

la vittima vera di tutta questa situazione, sulle cui spalle si è riversata anche la mia parte di genitore, di marito, di abitante di una casa troppo vuota per essere vissuta in solitudine. Ho vissuto con gioia i pochi giorni che è stata su con me, vivo ogni attimo la sofferenza di non poter vivere la quotidianità con lei. In un modo o nell’altro sembra che abbiamo deciso, senza mai parlarne davvero, che la nostra lontananza non perdurerà oltre quest’anno. (Ora non leggete, passate direttamente al prossimo capoverso) (state ancora leggendo?) (Immaginavo, va bene, mi prendo comunque le mie responsabilità) Ti amo, stella mia. Niente ci potrà mai separare!


Io

io mi rendo conto che pian piano sto cambiando. Non nel senso che avrei sperato (perdere qualche chilo, diventare uno chef, vivere da sportivo il mio tempo libero, ecc.), quanto piuttosto nel modo di confrontarmi con questa nuova sfida che mi si è posta davanti, nella ridefinizione della gerarchia di importanza di tutto ciò che mi circonda, nel modo di osservare la gente e la realtà.


Il blog

vi ho lasciato per ultimi, ma ciò non vuol dire che siete stati poco importanti. Voi proffollowers mi avete tenuto sempre compagnia, l’avere questo appuntamento quotidiano non ha fatto che aiutarmi a scandire le giornate, a tenere a mente le cose più divertenti o le emozioni più forti. Il blog è nato quasi per gioco, con l’idea di tenere dei toni leggeri, con la voglia di fare sorridere i miei lettori, pian piano invece ha raccolto sfoghi nei momenti più cupi e riflessioni a mente aperta utili anche per capirci qualcosa in più io stesso.

È stato davvero bello creare questa piccola community. Ormai vi vedo tutti come persone che frequento e sono sicuro che quando tutto questo finirà, io mancherò a voi e voi mancherete a me.

Con questo centesimo “Day” vi comunico che l’esperienza del blog del prof emigrante come appuntamento quotidiano si conclude qui.

Non è un addio, semplicemente mi limiterò a postare in futuro sulla pagina tutto ciò che sarà davvero degno di nota, cosicché vi ricorderete ancora di me, ma senza una cadenza regolare.

Sono felice di aver trovato sempre qualcosa da raccontarvi (in alcuni casi sarebbe stato pure molto meglio se fossi stato zitto) ma, è evidente, che in futuro potrebbe non essere così e preferisco smettere adesso piuttosto che ritrovarmi nella situazione di non aver nulla da scrivere e dover inventare qualcosa pur di non bucare l’appuntamento.

Se vorrete contattarmi ancora, nel caso non mi facessi sentire per un po’ di tempo (ma non ci credo)… la pagina per i commenti e i messaggi resterà comunque aperta.

Ormai voglio bene anche voi…


Ciao proffollowers!

Il prof emigrante

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